La casa di Gretel

 

 

 

Gretel è piccola, ma vive in un mondo grande, grande quanto gli spazi sconfinati della sua fantasia, ma è poi fantasia? Le realtà di Gretel sono nei suoi disegni, tracce reali di ciò che vedono i suoi occhi di bambina di soli cinque anni. Disegni multicolori, nei quali trionfano il rosso, il blu, il verde, il giallo, l’arancione e riempiono spazi delimitati da profili che agli occhi dei “grandi” sembrano incerti. Ma è solo apparenza, perchè Gretel fotografa esattamente quello che vede attraverso le immagini che il suo mondo semplice e ingenuo proietta nella sua mente. E’ un universo di immagini e oggetti multicolori che si materializzano e vivono in lei e nei quali crede con naturale semplicità, ma con tale vigore che inconsciamente tutto si trasforma magicamente in qualcosa di palpabile, di reale.

Lei disegna la sua casa su un foglio a quadretti, la colora, la ritaglia con cura, mentre la sua mente già pensa al viaggio fantastico all’interno della casa fatta come lei sola ha immaginato. Ora Gretel si sente pronta per affrontare un nuovo viaggio alla scoperta del suo mondo multicolore. Ma prima deve andare dal suo vecchio amico Sirius, che lei vuole con se, come altre volte, per condividere insieme l’emozione di un viaggio che supera il confine fra sogno, realtà, fantasia e immaginazione; andare per vedere, toccare le cose che loro sentono vive per carpire i segreti che si celano nelle stanze della sua casa.

Sirius è un amico.....vecchio, in quanto  parecchio avanti con gli anni, e nella sua lunga vita passata fra i “grandi”, o meglio fra gli adulti, si è reso conto che essi hanno perso la capacità di immaginare, di viaggiare con la fantasia, di parlare con le stelle, ascoltare le voci del bosco e il canto silente della pioggia. E queste sono proprio le cose che Gretel ama e delle quali sa interpretarne il linguaggio, come il suo vecchio amico. In questo modo è nata l’amicizia, per nulla singolare, fra il vecchio Sirius e Gretel la bimba, due anime semplici che  vivono in simbiosi, acquisendo insieme tanta forza e potere da superare la linea di confine oltre la quale si entra nel magico mondo dei simboli, delle favole. 

 

G

retel trova l’amico seduto sulla solita sedia e lo saluta:

 

«Ciao Sirius!»

Lui si volta appena e con un sorriso compiaciuto risponde:

«Ciao Gretel, ti stavo proprio aspettando per partire alla scoperta della tua nuova casa; se hai fatto il disegno e se sei pronta possiamo andare!»

La bambina annuisce e si siede sulle ginocchia di lui, mostrandogli il disegno della casa con la nuova porta d’ingresso rifatta, adesso più bella e più grande. Ambedue appoggiano il dito indice sul disegno della porta, premono leggermente come per aprirla, socchiudono gli occhi e...... tutto accade.

Un soffio di vento strappa dalla mano di Gretel il foglio che fluttua nell’aria ingrandendosi a dismisura, diventando sempre più grande, sempre più grande, mentre il disegno della casa si trasforma, assumendo forme strane, ma reali. Come per magia la porta, diventata enorme, si apre, e la sedia, con i suoi occupanti, compie un ampio volo verso il cielo per poi ridiscendere velocemente proiettandoli attraverso l’ingresso sino a fermarsi bruscamente nel bel mezzo di una enorme stanza, restando seduti immobili, sospesi nel vuoto. Gretel è sorpresa e un po' timorosa si stringe a Sirius, il quale sorridendo sotto i grandi baffi le dice con dolcezza :

«Non avere paura Gretel, nessun luogo è più sicuro di questo, nulla e nessuno può farti del male, perchè in questo momento viviamo nel tuo mondo di fantasia, dove l’irreale è reale».

Nel contempo lui si alza dalla sedia e tenendo per mano la bimba muovono alcuni passi camminando su qualcosa di piano ma non visibile, perchè sotto di loro c’è il nulla. Eppure i due amici si muovono come se galleggiassero nell’aria! Gretel e Sirius si scatenano in salti e giravolte librandosi nel vuoto come se fossero due piume, senza avvedersi che un gran numero di oggetti volanti si sta avvicinando a loro.

«Ciao Sirius, ciao Gretel, benvenuti nella vostra casa!»

La voce stridula, buffa, che parla alle loro spalle, sorprende i due, i quali, voltandosi di scatto, restano a bocca aperta nel vedere una lunga fila di oggetti da cucina animati e simpaticamente rumorosi. Ma Sirius, che ha buona memoria, riconosce subito in costoro degli amici e li saluta con calore.

La voce è quella di Geltrude, la pentola a pressione, che svolazzando fischia felice fra nuvole di vapore; dietro di lei c’é Bernardo, il possente e affilato coltello da cucina, che guida un serpentone ondeggiante di verdure già pronte per la cottura, sono  Zucchina, Carota, Patatina, Fagiolina; poi c’è Camilla, la teiera, la più anziana e da sempre temuta regina dei pettegolezzi, accanto l’accompagnano le sorelle Cerette, due lunghe candele in cera bianca; subito dietro Evaristo, un opulento, vecchio pentolone dalla voce profonda, cavernosa e per finire, ben ordinate in rigide file militaresche, tutte le posate, comandate dalla tonante voce di Cassul, il grande mestolo.

Questa allegra brigata è qui per scortare i due ospiti nella cucina, riconoscendo comunque in Gretel la piccola proprietaria della casa e in Sirius l’inseparabile compagno di viaggio. I due amici salgono sulla sedia volante e partono scortati da questo singolare esercito. Il volo non conosce ostacoli, attraversano stanze dipinte con colori vivaci nelle quali saltellano giocosi ogni sorta di giocattoli animati, superano indenni porte e muri a grande velocità come se la casa stessa fosse costruita con qualcosa di  inconsistente, immateriale. Fatta ancora qualche divertente piroetta la traballante macchina volante termina il suo viaggio all’interno di una stanza semibuia sollevando una nuvola di pulviscolo dorato. Frattanto si accendono due lumini: sono le sorelle Cerette che illuminano questa strana stanza occupata nel mezzo da un piedestallo con sopra un grande libro chiuso.

Gretel e Sirius sono divertiti dal susseguirsi di situazioni imprevedibili in questo viaggio fiabesco, ma Gretel non nasconde di essere un po' impaurita, in fondo è una bambina di soli  cinque anni e il suo turbamento è comprensibile nel vivere questa esperienza in un mondo magico che ogni passo rivela una sorpresa. Mentre Sirius la tranquillizza, di fronte a loro una porta si apre e compare la giocosa Geltrude che alzando il coperchio sbuffante li invita a seguirla.

Arriva svolazzando anche Camilla, la teiera, la quale, intuendo il turbamento della bambina, le spiega con dolcezza che quella stanza è un luogo magico; è il punto di approdo e di partenza per il mondo della fantasia, in cui tutto vive e ogni cosa ha nome e voce, proprio come Gretel immagina nella casa che ha disegnato. Ma Camilla ricorda ancora che in questo magico mondo possono entrare solo i semplici e i buoni che credono e comprendono il liguaggio dei simboli nel gioco infinito di immagini sempre sospese fra sogno, suggestione e realtà. E Gretel e Sirius credono tanto da superare quel confine oltre il quale ogni forma ha una vita in una propria dimensione.

Lo spettacolo che si offre agli occhi dei due amici supera davvero ogni limite di fantasia. Tutti questi oggetti, queste cose vive preparano una grande festa in onore dei due ospiti! Saltellano felici Bernardo, Evaristo, poi Geltrude, Cassul con tutte le posate, le verdure e la famiglia dei Bruchi Rosicchia che le abitano, infine le sorelle Cerette che si sono unite agli altri. Un lungo tavolo occupa il centro della cucina, nello spazio intorno decine e decine di oggetti vari si muovono in perfetta sincronia senza mai intralciarsi, come guidati da un potere superiore: ed ecco che il tavolo si riempie di ogni ben di Dio. Arrivano i pasticcini, che in fila indiana si posizionano ordinatamente sui piatti in cartoncino colorato, le bibite in bottiglia, i bicchieri colorati, tazze e tazzine, arriva anche Matilde, una caffettiera un po' matta, che svolazzando spande il caffè dappertutto. Tutto questo in un tripudio di suoni e canti corali in perfetta armonia. In ultimo arrivano le sedie che in volo planato si collocano al loro posto, senza però dimenticare di porgere un affettuoso saluto alla sorella sedia di Sirius che fa parte della loro antica famiglia Cadregon.

La festa si svolge in piena allegria dando fondo a cibi e bevande, in particolare da parte di Gretel e Sirius. Giunti al termine, i due ospiti, ben nutriti e satolli, si addormentano beatamente. Si svegliano nella penombra della camera magica con il grande libro aperto posato sulla loro sedia, nelle pagine in vista è disegnata una porta dai contorni dorati, quasi luminosi. Gretel e Sirius capiscono che il gioco volge alla fine ed è giunta l’ora del ritorno. Osservano il disegno luminescente e Gretel, curiosa, vorrebbe vedere altre pagine del libro, ma Sirius la ferma, mentre in quell’istante dal chiaroscuro della stanza compare Geltrude che parla loro dicendo:

«Bene hai fatto Sirius a fermare la mano di Gretel, perchè, cara piccola amica mia, le altre pagine chiudono o aprono le strade di altri percorsi che per ora ti sono preclusi. Forse un giorno, se tu lo vorrai e crederai ancora ai tuoi sogni, un incantesimo farà  rivivere nella tua fantasia la favola buona, solo allora potrai conoscere le altre strade. Ora vi devo lasciare con un arrivederci e tu Sirius, che farai da guida, riporta ai genitori la piccola Gretel. Buon viaggio cari amici».

E Geltrude, la pentola a pressione, se ne va sbuffando da dove era venuta.

Sirius ripone il libro sul piedestallo, avvicina la sedia e si siede prendendo Gretel sulle ginocchia, posano insieme le mani sul disegno della porta, la quale magicamente si ingrandisce sino a riempire una parete della stanza.

In questa strana porta, si apre come un varco e la sedia con i suoi occupanti si solleva lentamente sino all’altezza del centro dell’apertura per poi tuffarsi all’interno attraverso un turbine di densi vapori colorati. E’ un viaggio senza tempo, quello di Gretel e Sirius,  passando fra nuvole e comete, immersi in un vortice di luce e colori scintillanti, poi all’improvviso sbucano in alto, in alto, sopra la città come usciti da una porta aperta in cielo nella notte illluminata da migliaia di stelle. In questo scenario meraviglioso i due amici tardano a scendere sulla terra, nel lento ritorno Sirius allunga la mano e stacca dalla volta del cielo due stelle, una grande bella, luminosa, e un’altra più piccola bianca; sono un regalo per Gretel, la quale, stanca ma felice, si è addormentata. Lentamente Sirius scende sul balcone di casa della bambina, si alza dalla sedia magica, entra nella stanza con lei in braccio e la corica dolcemente sul suo lettino.    

 

Gretel si sveglia che è già mattina ricordando vagamente un viaggio con il suo amico Sirius, intanto si alza dal lettino, fa due passi e si vede riflessa nello specchio che c’è di fronte, rimanendo stupita. I suoi occhi luccicano, uno di più, l’altro meno, ma sembrano veramente le due stelle più belle del cielo!

 

Sirio, che è la stella più brillante del cielo ha da sempre una compagna inseparabile che le ruota accanto: Sirio e Procione o Sirius e Gretel ?

Qual’è il mistero da svelare e quanti altri misteri affascinanti racchiude l’Universo?

 

Carlo Ellena per Gretel 

Agosto 2003

                                                                                                                                                                             

LA STORIA  DI "GIOVANIN"

 

L'urlo squarciò il silenzio della notte, improvviso, straziante, prolungato, strappando bruscamente al sonno gli abitanti del quartiere. Nel buio della sua camera, Gianni rimase in ascolto, trattenendo il respiro, smarrito e ango­sciato, in dubbio se si trattasse di incubo o realtà: ora tutto taceva, sembrava che il buio avesse inghiottito quella improvvisa lacera­zione.

 Ma quando un secondo grido si levò, ancora più lamentoso e agghiacciante, Gianni si precipitò in giardino, oltrepassò la siepe e cominciò a correre disperatamente verso il fiume. Intorno a lui la gente gridava, si interrogava con angoscia, correva disordinata­mente; ma lui non vide, non sentì nulla. Sapeva dove andare, sapeva che... in prossimità di quell'ansa del fiume, in quell’unico spiazzo vicino a casa sua, qualcuno poteva aver bisogno di lui.

Prima di uscire aveva agguantato il vecchio fucile, sempre carico, appeso al chiodo dello sgabuzzino.

L'alba era vicina.

Dopo pochi istanti la vide correre verso di lui: era una ragazzina bionda, ca­pelli lunghi, giovanissima. Stava per essere raggiunta dai tre ragazzi che la rincorrevano spaval­di. Gianni si fermò, prese posizione e tolta la sicura, sparò. Il primo colpo in aria ed il secondo, subito dopo, nel cespuglio appena a fianco degli inseguitori, tanto per far capire loro che faceva sul serio.

Si fermarono di botto, i ragazzi, poi precipitosamente invertirono la marcia, correndo quasi più forte di prima. Poco dopo li vide fuggire sgommando con l'auto laggiù in fondo, sulla ghiaia.

Lei non correva più: a piccoli passi avanzava verso di lui, cercando in qualche modo di rico­prirsi alla meglio. Era ferita. Dalla camicetta strappata si intravedeva il seno, sorretto da una mano insanguinata. Aveva una minigonna cortissima e calzava quella specie di scarponi più adatti alle gite in mon­tagna che alla discoteca, ma che i giovani indossavano ormai per tutto l'anno.

«Grazie, balbettò, grazie infinite... La prego, mi aiuti...» e svenne praticamente tra le braccia di lui, Gianni, turbato e imbarazzatissimo.

 La gente che era accorsa, poco alla volta, commentando ad alta voce, se ne stava tornando a casa lentamente.

Gianni, sì, ma in realtà non era questo il suo nome: lui all'anagrafe faceva "Pautasso Giovanni Battista", rinomando i nonni come usava da loro, nato nell'anno 1965, stato civile coniugato, di professione contadino, coltivatore diretto. Fino a qualche anno prima lo chiamavano tutti “Giovanin” come lui preferiva, era parte di quella terra: padrone di quella cascina, con tanto di trattore, stalla, tettoie e concimaia.

    Si riteneva benestante, forse anche ricco, ma proprio non lo ostentava. Pensava tutto questo mentre si dirigeva verso la casa, sforzandosi di non importunare la ragazzina con il suo sguardo imbarazzato.

I soldi gli erano venuti praticamente dalla terra, dai suoi prati, diventati, per volere dei "cittadini", una zona residenziale. A volte gli pareva persino che la cascina stesse per soffocare: diverse villette erano già state costruite dove una volta c'erano solo prati per il pascolo delle mucche. E lui, con gli occhi abituati a spaziare lontano per miglia, ora si trovava un po' a disagio...

Poi le poche braccia per lavorare quella terra ingrata ed il sapore dei soldi offerti, lo avevano convinto a vendere diversi lotti.

Aveva tenuto, per vivere, soltanto un'ampia zona dietro la cascina e quella striscia, quella più vicino al fiume: la voleva conservare per sempre, era un ricordo, un tassello importante della sua vita...

E la stava appunto attraversando in quel momento, con in braccio lei. Si stava riprendendo, lamentandosi sommessamente. La ferita era un taglio molto superficiale, provocato perlopiù a guisa di minaccia, da un rasoio o da un coltello. Aveva ecchimosi dappertutto, anche sul viso, adesso imbruttito dal trucco sfatto e dalle lacrime.

Erano giunti ormai a casa quando gli chiese di metterla giù per camminare. Gli disse di chia­marsi Stefania, Steffi, praticamente e di abitare in una cittadina distante solo una trentina di chilome­tri. Stava in piedi a fatica.

La moglie di Giovanin era sull'uscio di casa. Indossava una vestaglia dai colori sgargianti, con la cintura legata sul fianco, un paio di babbucce ai piedi.

Steffi appena la vide, rimase per un attimo immobile, perplessa.

«Tutto bene, Lia, sono arrivato appena in tempo» disse lui.

Lia, sì, sua moglie. All'anagrafe faceva "Gwan-Lin-Sayn" che significava pressappoco "Ragazza del Sole Nascente", ma il suo nome risultava impronunciabile sia in italiano che in piemontese.

Seguiva gli avvenimenti piantata sulla porta di casa, già da qualche minuto. Era bella e altera, ancor giovane e robusta, capelli ricci e la pelle color del caffelatte con riflessi che ricordavano il velluto.

    Abbracciò dolcemente Steffi che, meravigliata, lasciò fare. Poi la fece accomodare in casa. Lia aveva disposto sul tavolo il necessario per le prime cure: cotone, garza ed acqua ossigenata. Nel bagno, la vasca era già pronta. Cingendole il capo con un braccio, cominciò a ripulirle il viso con una pezza di lino ed il terrore a poco a poco scemò. Intanto le parlava dolcemente, come ad una vecchia amica, e la rincuorava piano piano...

Sapeva bene cosa era necessario fare in questi casi.

    Era successo anche a lei, purtroppo, qualche anno prima. E proprio così si erano conosciuti loro due, Lia e Giovanin. E quella volta, la prima volta, soltanto lui si era precipitato in soccorso al suo gri­dare disperato, al suo urlare di belva ferita.

Anche quella volta il fucile aveva sparato, a bruciapelo, due colpi.

E quei bastardi, durante la fuga, avevano ancora trovato il modo di minacciare il "suo" Giovanin. Per loro, in fin dei conti, si trattava soltanto di una "negretta" sicuramente al servizio di qualche famiglia benestante in un paese del circondario, che aveva osato andare a divertirsi in discoteca, come le altre ragazze bianche, normali. Ci si poteva quindi provare, con la scusa di un giretto in auto, si poteva anche usarle violenza, tanto era solo... una negra! Mentre raccontava tutto quanto, continuava a pulirla e ad accarezzarla. Piangevano entram­be, sommessamente...

Giovanin era arrivato appena un po' troppo tardi, quella volta. Maledizione, non se lo sarebbe mai perdonato quel suo indugiare.

Poi se l'era accompagnata in casa, con tutti i vicini che lo guardavano attoniti, con aria di disap­provazione. L'aveva difesa davanti a tutti, compresa sua madre; l'aveva curata e rispettata... e sofferto quando lei, Lia, se ne era andata via verso mezzogiorno, dall'altra famiglia, al suo lavoro, al servizio di quella ricca signora del paese vicino.

    L'aveva cercata ed anche rivista per un po' di tempo. A poco a poco le aveva fatto dimenti­care quel giorno, quel fattaccio...

    Stavano bene insieme e, senza neanche accorgersene, si erano dapprima invaghiti, poi lui aveva perso la testa per lei, per la sua dolcezza, e lei per lui, per la sua rude bontà d'animo, per quel senso di sicurezza che sapeva infonderle. Si erano sposati, a dispetto della gente del paese che li guardava con sufficienza e curiosità...

Steffi era in ordine ormai, vestita con i colorati e comodi abiti di Lia. Il dottore le aveva detto che in pochi giorni il suo giovane fisico avrebbe superato tranquillamente tutte le lesioni, perlomeno quelle visibili. Per le altre, aveva avuto il permesso di continuare a parlarne con Lia, venendola a trovare tutte le volte che ne avesse sentito il bisogno.

    I suoi, avvisati per tempo, informati di tutto e tranquillizzati, erano sicuramente già in viaggio verso la ca­scina. Ragazza Del Sole Nascente, Giovanin e Steffi, si abbracciarono forte forte. Era mattino inoltrato.

Poco dopo, là fuori, il cane abbaiava furioso: nell'aia una macchina era arrivata velocemente solle­vando un gran nuvolone di polvere rossastra...

 

Adesso c'erano i soliti lavori da fare, più in fretta, per recuperare le ore trascorse.

Ma stasera, prima di smorzare la luce, Giovanin e sua moglie nel consueto "rias­sunto quotidiano", avrebbero pensato anche a lei.

Lia avrebbe chiesto a Giovanin di parlarle della sua terra. Lui le avrebbe sicuramente riletto, carezzandola, quel brano che le piaceva così tanto:

 

...ma vivi altrove

 il tuo tenero sangue si è fatto altrove.

Le parole che dici non hanno riscontro

con la scabra tristezza di questo cielo.

Tu non sei che una nube dolcissima….[1]

.poi, forse, in silenzio, avrebbero fatto all'amore.

Poi, forse, in silenzio, in quel particolare, soffice silenzio che esiste soltanto in campagna, avrebbero fatto all'amore.

  

      Nino Ingaramo

La stòria ‘d Giovanin

 


[1]  Da Cesare Pavese, Poesie

 

La Calcolatris sacociabil

La colcolatrice tascabile

 

Na vòlta, për fé ij cont, ancora prima ch'a-i fussa 'd mòda 'l "cont ëd la serva" e le moderne calcolatriss, ij nòstri vej a contavo già con ij dij ëd le  man.

«Belavans - i dìse vojàutri - a l'é pròpi nen na novità»!.

E 'nvece sì!

La calcolatriss, praticament la vera "sacociabil", a l'é stàita adiritura anventà 'n Piemont, sùbit dòp l'invension ëd le sacòcie: adess iv lo spiegh mej con j'esempi.

 

Sté bin atent e prové a imaginé doi numer a cas, pi gròss che sinch, da moltipliché tra 'd lor, për esempi: set për eut.

 

Noi i soma che a fà sinquanteses, ma contoma  'nsema...

 

1) da la man mancin-a, sarà a pugn, aussé doi dij (sinch + doi = set)

2) da la man drita, sarà sempre a pugn, aussé tre dij (sinch + tre = eut)

3) da la man mancin-a av resta tre dij sarà ch'a son da moltipliché con ij doi dij sarà                                            

    dla  man drita (tre x doi) = ses

4) Fé adess l'adission di dij ch'i l'éve aussà, fasend atension che ògni dil a val des:

    (da la man mancin-a  doi = vint;  da la drita tre = tranta) quindi 'n total sinquanta,

(tranta + vint = sinquanta)

5) Fé la soma: sinquanta + ses = sinquanteses. Ecco lì: tut fàit!

 

 

Àutr esempi

 

man mancin-a

 

man drita

 

9

x

7

 63

1 dil sarà

x

3 dij sarà

   3

4 dij duvèrt (=40)

+

2 dij duvèrt (=20)

 60

 

 

 

 

 

      Total

 63

 

 

Alora, i l'heu razon sì o nò 'd parlé dla prima calcolatriss sacociabil dël Piemont?

 

 

 

 

 


 

 

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